DCA · Comprendere il problema
Un disturbo del comportamento alimentare dipende davvero solo dalla forza di volontà?
No. Ridurre un disturbo del comportamento alimentare a una questione di volontà significa ignorare proprio ciò che lo rende complesso: l’intreccio tra fattori biologici, psicologici, familiari, ambientali, sociali e culturali. Il comportamento visibile — restringere il cibo, abbuffarsi, compensare, controllare ossessivamente il corpo — è soltanto la parte più evidente di un processo molto più ampio.
Nei DCA possono essere coinvolti sistemi che regolano fame e sazietà, circuiti cerebrali della ricompensa, capacità di riconoscere correttamente le sensazioni corporee, tono dell’umore, risposta allo stress e controllo degli impulsi. Gli studi di neuroimaging descritti mostrano differenze nell’attivazione di aree come insula, corteccia orbito-frontale, corteccia prefrontale e sistemi della ricompensa. In alcuni casi la persona può perfino avere una consapevolezza ridotta della gravità della propria condizione. Chiedere semplicemente di “mangiare normalmente” equivale quindi a chiedere di correggere volontariamente un comportamento senza affrontare i meccanismi che lo sostengono.
A questo si aggiungono fattori predisponenti e scatenanti: esperienze traumatiche, bullismo, body shaming, perfezionismo, bassa autostima, ansia, pressione sociale, confronto continuo con modelli corporei irrealistici, stress cronico, condizionamenti familiari. Nessuno di questi elementi agisce necessariamente da solo e nessuno permette di prevedere con certezza chi svilupperà un disturbo. È la loro interazione a creare una vulnerabilità maggiore.
Una volta instaurato, il problema può inoltre autoalimentarsi. La restrizione modifica i segnali di fame e sazietà; le abbuffate possono diventare una modalità di gestione momentanea dello stress; le condotte compensatorie rafforzano l’idea che il cibo debba essere controllato; isolamento e vergogna rendono più difficile chiedere aiuto. Il comportamento che dall’esterno appare incomprensibile assume quindi una sua logica interna.
Anche per questo lo stigma è particolarmente dannoso. Considerare chi soffre di un DCA colpevole della propria condizione aumenta vergogna, isolamento e resistenza alla richiesta di aiuto. Il trattamento richiede invece un approccio multidisciplinare e tempi adeguati, perché recuperare peso o interrompere un singolo comportamento non equivale automaticamente a risolvere tutti i meccanismi che lo hanno prodotto e mantenuto.
La volontà del paziente ha certamente un ruolo nel percorso terapeutico, come accade in molte condizioni croniche, ma non è né la causa del problema né la sua cura. Serve piuttosto creare le condizioni biologiche, psicologiche e relazionali perché quella volontà possa finalmente essere utilizzata in modo efficace.
Fonte di approfondimento
Psicobiologia della nutrizione e dei disturbi del comportamento alimentare
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