Cultura · Alimentazione
Quanto incidono famiglia e cultura sul nostro modo di mangiare?
Incidono moltissimo. Mangiare non è soltanto un atto biologico finalizzato a introdurre energia e nutrienti; è anche un comportamento sociale, simbolico e culturale. Ogni società stabilisce implicitamente cosa considera commestibile, quando sia opportuno mangiarlo, come debba essere preparato, con chi venga condiviso e quale significato gli venga attribuito.
La famiglia è il primo luogo nel quale queste regole vengono apprese. I pasti trasmettono abitudini, rituali e aspettative: quali alimenti appartengono alla quotidianità, quali alle feste, cosa rappresenta un premio, cosa viene considerato salutare, abbondante, povero o prestigioso. Molte di queste associazioni diventano così normali da non essere più percepite come scelte culturali.
Il cibo può anche veicolare affetto. L’espressione “il mio bambino non mi mangia” mostra bene come, nel linguaggio comune, l’atto di nutrire venga vissuto quasi come una parte della relazione stessa. Quando il bambino accetta il cibo, il genitore può percepirlo come conferma della propria capacità di cura; quando lo rifiuta, può viverlo come un rifiuto personale. Questo carico emotivo può trasformare il pasto in un terreno di conflitto.
Anche il significato attribuito al peso cambia nel tempo e nello spazio. In alcune culture o periodi storici la corpulenza è stata associata a ricchezza, salute e status; in altre epoche la magrezza è diventata il principale ideale estetico. Il fatto che questi canoni siano variabili dimostra che ciò che consideriamo “corpo desiderabile” non è determinato esclusivamente dalla biologia.
Le scelte alimentari comunicano inoltre identità. Vegetarianismo, tradizioni religiose, cucina locale, prodotti costosi o cibo biologico possono essere usati per indicare appartenenza, valori e posizione sociale. Fotografare e condividere continuamente ciò che si mangia sui social è una versione moderna dello stesso fenomeno: il pasto diventa anche un messaggio su chi siamo o su come vogliamo essere percepiti.
Questi aspetti non significano che cultura e famiglia siano responsabili dei disturbi del comportamento alimentare. I DCA sono multifattoriali. Tuttavia l’ambiente può fornire fattori predisponenti, scatenanti o perpetuanti, soprattutto quando valorizza eccessivamente magrezza, controllo e perfezione alimentare.
Comprendere il peso della cultura serve a ridurre la colpevolizzazione individuale. Molte convinzioni che riteniamo personali sono state apprese molto prima di essere messe in discussione. Modificare il rapporto con il cibo richiede quindi talvolta non soltanto cambiare cosa mettiamo nel piatto, ma riconoscere i significati che quel piatto ha accumulato nel corso della nostra storia.
Fonte di approfondimento
Psicobiologia della nutrizione e dei disturbi del comportamento alimentare
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