Pierluigi De Pascalis Biologo Nutrizionista · Chinesiologo

Fitness · Comportamenti a rischio

Quando l’esercizio fisico diventa una forma di compensazione legata al cibo?

Diventa compensatorio quando l’attività fisica viene utilizzata soprattutto per annullare, espiare o “pagare” ciò che si è mangiato. Il problema non è allenarsi dopo un pasto abbondante o aumentare occasionalmente il movimento, ma il significato stabile attribuito all’esercizio.

In un rapporto funzionale con l’attività fisica ci si allena per migliorare salute, prestazione, forza, capacità cardiovascolare, benessere o anche estetica. In un rapporto compensatorio il ragionamento cambia: “ho mangiato troppo, quindi devo bruciarlo”, “se non mi alleno non posso mangiare”, “devo fare cardio perché ieri ho sgarrrato”. L’esercizio diventa una forma di controllo del cibo.

Questo meccanismo può essere presente in diversi DCA. Nell’anoressia l’attività può accompagnare la restrizione e accelerare la perdita di peso. Nella bulimia può rappresentare una delle condotte utilizzate dopo episodi di abbuffata. Nella vigoressia il bisogno compulsivo di allenarsi può essere sostenuto dalla paura di perdere massa muscolare o aumentare il grasso corporeo.

Un segnale importante è l’incapacità di riposare. Infortunio, febbre, stanchezza importante o prescrizione di sospendere l’attività non modificano il comportamento oppure generano forte ansia. La seduta viene eseguita comunque o recuperata successivamente con un volume maggiore.

Anche il linguaggio è indicativo. Parlare di cibo “guadagnato”, “bruciato”, “meritato” o di allenamento come punizione crea un collegamento morale tra alimentazione e movimento. Il pasto viene vissuto come colpa e l’esercizio come espiazione.

Dal punto di vista fisiologico il comportamento può diventare particolarmente pericoloso quando si associa a scarso introito energetico. Allenarsi molto in condizioni di malnutrizione aumenta la compromissione del corpo e può aggravare alterazioni endocrine, cardiovascolari e muscolari.

L’attività fisica non deve necessariamente essere eliminata in ogni percorso di recupero, ma va valutata nel contesto. In alcune fasi può essere necessario limitarla; in altre può essere reintrodotta con obiettivi funzionali e sotto supervisione.

Un criterio semplice è osservare il grado di libertà: posso saltare un allenamento senza sentirmi in colpa? Posso mangiare anche in un giorno di riposo? Posso modificare il programma se sono stanco o infortunato? Se la risposta è sistematicamente no, l’esercizio non sta più servendo soltanto la salute.

La vera attività fisica adattiva migliora la capacità di vivere. Quella compensatoria restringe il comportamento, aumenta l’ansia e lega sempre più strettamente il valore personale alla gestione del corpo.

Copertina di Psicobiologia della nutrizione e dei disturbi del comportamento alimentare

Fonte di approfondimento

Psicobiologia della nutrizione e dei disturbi del comportamento alimentare

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