Neuroscienze · Attività fisica
L’esercizio fisico può modificare positivamente cervello, umore e neuroplasticità?
Sì. L’attività fisica non produce adattamenti soltanto a muscoli, cuore e apparato respiratorio. Il sistema nervoso conserva una notevole capacità di modificare connessioni e funzione anche nell’età adulta e il movimento rappresenta uno degli stimoli capaci di favorire questa plasticità.
La neuroplasticità comprende modificazioni della trasmissione sinaptica, nascita o rafforzamento di connessioni e processi di neurogenesi. L’ippocampo, struttura importante per memoria e apprendimento, è una delle aree maggiormente studiate.
L’esercizio favorisce il rilascio di fattori di crescita e segnali coinvolti nel trofismo neuronale. Tra questi viene descritto il BDNF, Brain Derived Neurotrophic Factor, insieme a IGF-1, VEGF e altri mediatori. L’irisina prodotta in relazione all’attività muscolare viene inserita in questo asse di comunicazione tra esercizio e cervello.
Anche il lattato, spesso considerato soltanto un prodotto dello sforzo, può attraversare la barriera ematoencefalica e partecipare a segnali che coinvolgono dopamina e BDNF. Questo contribuisce a spiegare perché l’attività fisica possa influenzare umore, apprendimento e capacità di adattamento.
Il movimento agisce inoltre sui sistemi neurotrasmettitoriali e sulla risposta allo stress. Non si tratta quindi di un generico “effetto benessere”, ma di modificazioni biologiche misurabili che si integrano con la percezione di autoefficacia e con l’esperienza del corpo.
Nel contesto dei DCA il tema richiede però particolare prudenza. L’attività fisica può essere un elemento positivo, soprattutto per immagine corporea, regolazione emotiva e qualità della vita, ma può anche diventare parte della patologia quando viene svolta in modo compulsivo o compensatorio.
Una persona malnutrita o in grave sottopeso non può essere trattata come un soggetto sano al quale sia sufficiente “fare sport per stare meglio”. Il momento, l’intensità e la finalità dell’esercizio devono essere compatibili con lo stato clinico e con il percorso terapeutico.
Lo stesso BDNF viene studiato in relazione alla vulnerabilità verso alcuni disturbi e questo rafforza l’idea che movimento e comportamento alimentare condividano circuiti biologici, senza però autorizzare semplificazioni terapeutiche.
Il messaggio più corretto è che il cervello rimane dinamico e che l’attività fisica è uno dei segnali capaci di stimolarne l’adattamento. Ma affinché rappresenti davvero un fattore protettivo deve restare un’esperienza funzionale e sostenibile, non un altro strumento di controllo ossessivo del corpo.
Fonte di approfondimento
Psicobiologia della nutrizione e dei disturbi del comportamento alimentare
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