Cultura · Infanzia
Le prime esperienze alimentari dell’infanzia possono influenzare il rapporto con il cibo da adulti?
Possono contribuire, perché nei primi anni il cibo è strettamente intrecciato alla relazione con chi si prende cura del bambino. Fame, attesa, soddisfacimento del bisogno, contatto fisico e rassicurazione vengono vissuti insieme e partecipano alla costruzione delle prime esperienze di sicurezza.
Il neonato non dispone di categorie cognitive con cui distinguere nettamente bisogno biologico ed esperienza relazionale. Avverte un disagio, lo manifesta e riceve una risposta. Quando al segnale segue in modo sufficientemente coerente l’atto di nutrire e accudire, si consolida la fiducia nella possibilità che i propri bisogni vengano riconosciuti. Se la risposta è imprevedibile, assente o fortemente conflittuale, il cibo può assumere significati emotivi differenti.
Questo non significa che un pasto difficile o un genitore preoccupato “causino” un disturbo alimentare futuro. Sarebbe una semplificazione ingiustificata. I DCA derivano dall’interazione di molteplici fattori e la storia familiare è soltanto una delle possibili componenti. Tuttavia le prime esperienze contribuiscono al modo in cui il soggetto impara a riconoscere e interpretare segnali interni come fame, pienezza e bisogno di conforto.
Anche il linguaggio utilizzato in famiglia conta. Premiare sistematicamente con il cibo, minacciare di togliere il dolce, obbligare a terminare ogni porzione o commentare continuamente peso e forma fisica può insegnare che mangiare è soprattutto uno strumento di approvazione, controllo o regolazione emotiva. Al contrario, un ambiente meno conflittuale favorisce la possibilità di distinguere progressivamente bisogno fisiologico, piacere e socialità.
Nel corso della crescita intervengono poi scuola, coetanei, pubblicità e social network. Le influenze familiari non rimangono isolate e possono essere rafforzate o contraddette da nuovi modelli. Proprio per questo non esiste una traiettoria inevitabile.
È però utile osservare come si parla del cibo davanti ai bambini. Se gli adulti classificano continuamente gli alimenti come “sporchi”, “proibiti” o capaci di far ingrassare, oppure mostrano un rapporto di forte insoddisfazione verso il proprio corpo, trasmettono implicitamente un modello. Lo stesso accade quando il pasto diventa ogni giorno un campo di battaglia.
L’obiettivo non è cercare una perfezione educativa impossibile, ma evitare che l’alimentazione venga caricata di significati eccessivi. Nutrire significa anche accompagnare il bambino a riconoscere i propri segnali, sperimentare varietà e vivere il pasto come una componente normale della relazione, non come prova di obbedienza o valore personale.
Fonte di approfondimento
Psicobiologia della nutrizione e dei disturbi del comportamento alimentare
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