Pierluigi De Pascalis Biologo Nutrizionista · Chinesiologo

DCA · Restrizioni

Eliminare carboidrati, glutine o lattosio senza una reale necessità può peggiorare il rapporto con il cibo?

Sì, soprattutto quando l’eliminazione non nasce da una diagnosi ma dalla convinzione che intere categorie di alimenti siano pericolose, ingrassanti o “infiammatorie” per definizione. La restrizione può iniziare come una scelta apparentemente innocua e trasformarsi progressivamente in un sistema di regole sempre più esteso.

La carbofobia è un esempio evidente. Demonizzare genericamente i carboidrati porta facilmente a eliminare pane, pasta, cereali e talvolta perfino frutta e legumi. La stessa dinamica può coinvolgere il glutine in persone non celiache o il lattosio in assenza di una reale intolleranza. Il problema non è soltanto nutrizionale: ogni alimento vietato acquisisce un significato emotivo, genera timore e rende più difficile mangiare con altre persone.

Allergie, celiachia e intolleranze vere esistono e richiedono una gestione appropriata. Hanno però meccanismi e modalità diagnostiche specifiche. Una allergia coinvolge il sistema immunitario e può produrre reazioni anche gravi; un’intolleranza può derivare, per esempio, da un deficit enzimatico come quello della lattasi. Confondere queste condizioni con sensazioni generiche di gonfiore, stanchezza o difficoltà a perdere peso apre la porta a eliminazioni arbitrarie.

La perdita di peso che talvolta segue una dieta di esclusione non dimostra che l’alimento eliminato fosse responsabile del sovrappeso. Molto più semplicemente, togliere numerosi prodotti riduce l’energia complessiva introdotta. Interpretare quel calo come conferma di una presunta intolleranza rafforza la convinzione e può spingere a ulteriori restrizioni.

Sul piano psicologico si crea facilmente una classificazione morale del cibo. Gli alimenti consentiti diventano sicuri, quelli esclusi minacciosi. Mangiare accidentalmente qualcosa di “vietato” produce ansia, colpa e bisogno di compensare. È esattamente la direzione opposta rispetto a una relazione flessibile con l’alimentazione.

Anche sul piano nutrizionale l’eliminazione indiscriminata può impoverire la dieta. I prodotti senza glutine, per esempio, non sono automaticamente più salutari per chi non è celiaco; eliminare latticini senza sostituzioni adeguate può ridurre l’apporto di nutrienti importanti; tagliare drasticamente i carboidrati modifica disponibilità energetica e varietà alimentare.

La regola pratica è semplice: una restrizione permanente dovrebbe avere una ragione concreta. Quando invece nasce da test non validati, mode o paura, è opportuno chiedersi se stiamo risolvendo un problema reale o costruendone uno nuovo. La salute alimentare non aumenta in proporzione al numero di cibi eliminati.

Copertina di Psicobiologia della nutrizione e dei disturbi del comportamento alimentare

Fonte di approfondimento

Psicobiologia della nutrizione e dei disturbi del comportamento alimentare

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