DCA · Età evolutiva
Che cos’è l’ARFID e come si distingue dalla normale selettività alimentare di un bambino?
L’ARFID, cioè il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo, non coincide con il fatto che un bambino abbia gusti difficili, rifiuti qualche verdura o attraversi una fase di selettività. La differenza fondamentale sta nell’intensità, nella persistenza e soprattutto nelle conseguenze della restrizione.
Nel disturbo evitante/restrittivo il rifiuto può essere legato alla consistenza degli alimenti, alla difficoltà nell’accettare cibi solidi, a una fortissima monotonia alimentare o al rifiuto pressoché sistematico di qualsiasi alimento nuovo. Il repertorio può restringersi al punto da compromettere l’adeguatezza nutrizionale e, nei casi più importanti, interferire con crescita e sviluppo o rendere necessarie forme di supporto nutrizionale.
La normale selettività dell’età evolutiva, al contrario, può essere fastidiosa per la famiglia ma non determina necessariamente malnutrizione, compromissione della crescita o grave limitazione della vita quotidiana. Molti bambini mostrano neofobia, preferenze nette o periodi nei quali accettano pochi alimenti, per poi ampliare gradualmente il repertorio. Trasformare ogni capriccio alimentare in una diagnosi sarebbe quindi altrettanto scorretto quanto ignorare una restrizione che sta diventando clinicamente rilevante.
Un aspetto importante è che l’ARFID non nasce necessariamente dal desiderio di dimagrire o dalla paura di aumentare di peso. Questo lo distingue da altri DCA nei quali peso, forma corporea e valutazione di sé assumono un ruolo centrale. Il rifiuto può invece dipendere da caratteristiche sensoriali del cibo, esperienze negative, paura delle conseguenze dell’ingestione o altri elementi che rendono l’atto di mangiare problematico.
Il disturbo è più frequentemente osservato durante l’età evolutiva, ma può proseguire anche nell’adolescenza e nell’età adulta. Possono essere presenti condizioni associate come autismo, iperattività, depressione o disturbo ossessivo-compulsivo; possono inoltre concorrere fattori familiari, gastrointestinali e biologici.
Anche la reazione degli adulti merita attenzione. Forzare, minacciare, utilizzare il cibo come premio o trasformare ogni pasto in uno scontro può aumentare ansia e opposizione. Allo stesso tempo, assecondare indefinitamente un repertorio sempre più ristretto può consolidare la situazione.
Il criterio pratico è quindi osservare l’insieme: varietà realmente disponibile, andamento della crescita, presenza di carenze, intensità dell’ansia, impatto sociale e familiare. Se il rifiuto non è più una semplice preferenza ma limita nutrizione, sviluppo o vita quotidiana, la valutazione deve essere multidisciplinare e non affidata a etichette improvvisate.
Fonte di approfondimento
Psicobiologia della nutrizione e dei disturbi del comportamento alimentare
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