Età scolare · Selettività
Mio figlio mangia pochissimi alimenti: è solo capriccioso o può essere vera selettività alimentare?
Non ogni rifiuto è un capriccio e non ogni selettività è una patologia. Molti bambini attraversano una fase di neofobia, cioè diffidenza verso cibi nuovi, che può essere parte normale dello sviluppo. Il problema diventa più rilevante quando il numero di alimenti accettati si restringe molto, intere categorie vengono escluse, i pasti generano forte tensione o la selettività interferisce con crescita, vita sociale e adeguatezza nutrizionale.
La prima risposta non dovrebbe essere aumentare la pressione. Costringere ad assaggiare, minacciare, ricattare o utilizzare il dessert come premio può trasformare il pasto in un terreno di conflitto e aumentare l’avversione. Un bambino che associa verdure o altri alimenti a discussioni quotidiane difficilmente svilupperà curiosità verso di essi.
È più utile lavorare sull’esposizione ripetuta. Un alimento può dover comparire molte volte prima di essere accettato. L’obiettivo iniziale non è necessariamente mangiarne una porzione intera: può essere tollerarlo nel piatto, toccarlo, annusarlo o assaggiarne una piccola quantità. La familiarità si costruisce gradualmente.
Anche l’esempio familiare conta. Chiedere a un bambino di mangiare cibi che nessun adulto consuma rende il messaggio poco credibile. Un ambiente in cui i pasti sono condivisi e gli alimenti vengono proposti senza commenti ossessivi favorisce un apprendimento più naturale.
Bisogna però riconoscere le situazioni che meritano approfondimento. Perdita o mancato incremento di peso, deviazioni delle curve di crescita, carenze documentate, paura intensa del cibo, vomito, difficoltà di masticazione o deglutizione, repertorio estremamente ristretto e forte distress familiare non dovrebbero essere liquidati come “vizi”. In alcuni bambini può essere presente ARFID o una selettività collegata a disturbi del neurosviluppo e può essere necessario un intervento multidisciplinare.
Il diario alimentare può aiutare a capire la reale varietà, perché la percezione dei genitori non sempre coincide con ciò che il bambino assume nel corso della settimana. A volte la dieta è più ampia di quanto sembri; in altri casi emergono esclusioni molto sistematiche.
La domanda quindi non è soltanto quanti alimenti rifiuta, ma quali conseguenze produce il rifiuto. Una selettività lieve può essere accompagnata con esposizione, calma e routine; una restrizione che compromette crescita o vita quotidiana richiede invece una valutazione. Etichettare tutto come capriccio rischia di ignorare un problema reale, ma trasformare ogni preferenza in una diagnosi crea allarme inutile.
Fonte di approfondimento
Nutrizione nel ciclo di vita: la corretta alimentazione, dalla nascita all’età adulta
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