Pierluigi De Pascalis Biologo Nutrizionista · Chinesiologo

Gara · Educazione

Le gare fanno bene o male ai bambini?

La gara non è necessariamente negativa. Può avere un valore pedagogico importante se viene proposta come occasione di confronto, incontro e gestione delle emozioni. Diventa problematica quando il risultato assume un peso sproporzionato e il bambino percepisce che vittoria o sconfitta determinano il giudizio di adulti e compagni.

Competere permette di sperimentare tensione, desiderio di riuscire, soddisfazione e delusione. Sono emozioni reali che fanno parte della vita sportiva e che possono essere affrontate gradualmente. Un bambino che impara a perdere senza sentirsi svalutato e a vincere senza sentirsi superiore sviluppa strumenti utili ben oltre lo sport.

Il significato dipende soprattutto dagli adulti. Se allenatore e genitori utilizzano la gara per misurare continuamente il talento, selezionare precocemente e costruire aspettative, la pressione aumenta. Se invece il risultato viene inserito dentro un percorso, la competizione diventa una verifica dell’esperienza e non un verdetto.

Prima della pubertà non ha senso preparare il bambino in modo esasperato in funzione di una singola gara. Le capacità condizionali e la maturazione biologica sono ancora in evoluzione, quindi i risultati possono riflettere differenze temporanee di crescita più che potenzialità future. Un bambino precocemente sviluppato può prevalere oggi e non essere necessariamente il migliore domani.

Anche la modalità degli elogi conta. Celebrare una vittoria in modo eccessivo rende più difficile accettare la sconfitta successiva. Allo stesso modo, una sconfitta non dovrebbe essere seguita da accuse o lunghe analisi negative. È molto più utile aiutare il bambino a individuare ciò che ha fatto bene, ciò che può migliorare e ciò che ha imparato dall’esperienza.

La gara dovrebbe inoltre conservare una componente di piacere. Se il bambino manifesta costantemente ansia, rifiuto o paura di deludere, è opportuno interrogarsi sul clima che circonda la competizione e non semplicemente attribuire il problema a scarso carattere.

Quindi le gare possono far parte dello sport giovanile, ma devono restare proporzionate all’età. Sono strumenti educativi, non il fine ultimo della formazione. Il giovane atleta dovrebbe uscire da una competizione con maggiore esperienza e consapevolezza, non con l’idea che il proprio valore dipenda da un risultato scritto su un tabellone.

Copertina di Il giovane campione

Fonte di approfondimento

Il giovane campione

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