Il burnout descrive uno stato di esaurimento emotivo, mentale e fisico associato al lavoro o ad altre situazioni di stress cronico, con importanti implicazioni per la salute mentale e il benessere delle persone.
Il termine burnout è stato coniato per la prima volta nel 1974 da Herbert J. Freudenberger[1], uno psicologo americano che lo descrisse come un "processo graduale in cui un individuo perde progressivamente l'entusiasmo e l'energia per il proprio lavoro, raggiungendo un punto in cui si sente esausto fisicamente ed emotivamente". Il burnout è spesso associato a professioni ad alto livello di stress come quelle del settore sanitario, l'insegnamento, e le professioni d'aiuto, ed è solitamente suddiviso in tre dimensioni principali[2]:
- Esaurimento emotivo: è la componente centrale del burnout, si manifesta come una sensazione di vuoto emotivo, stanchezza e disillusione. Le persone colpite spesso si sentono emotivamente svuotate e incapaci di affrontare le richieste del lavoro o delle situazioni stressanti.
- Depersonalizzazione: si riferisce a una tendenza a sviluppare una visione cinica o disumanizzata delle altre persone che può portare chi ne è vittima a trattare gli altri con distacco e insensibilità, rendendo difficile il mantenimento delle relazioni interpersonali.
- Sensazione di inefficacia personale: è una componente che coinvolge una percezione di inadeguatezza e incapacità nel proprio ruolo lavorativo. Le persone con burnout spesso credono di non essere in grado di raggiungere i propri obiettivi e si sentono frustrate dalla loro performance.
Il burnout può essere scatenato da diversi fattori tra cui: elevati livelli di stress lavorativo e richieste emotive; scarso supporto organizzativo da parte dell'organizzazione o dei colleghi; sovraccarico di compiti o una pressione costante; mancanza di controllo o percezione di non avere controllo sulla propria situazione lavorativa; conflitti interpersonali sul luogo di lavoro.
Il burnout ha importanti conseguenze per la salute mentale e fisica delle persone in particolare determinando sintomi di ansia, depressione, insonnia e disturbi fisici come mal di testa, disturbi gastrointestinali, tachicardia. Inoltre il burnout può influenzare negativamente la vita familiare e sociale, portando a conflitti interpersonali e isolamento sociale.
Dal punto di vista professionale può compromettere la performance lavorativa, ridurre la soddisfazione professionale e persino portare a una diminuzione dell'efficacia nel lavoro con conseguenze significative sulle carriere professionali delle persone colpite.
La prevenzione è fondamentale e può includere strategie come la gestione dello stress, il supporto sociale, la pianificazione del carico di lavoro e la promozione di uno stile di vita sano e attivo. Nel caso in cui il burnout si sia già instaurato è importante cercare aiuto da professionisti della salute mentale che possono porre in essere la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) o altre forme di terapia.
Si tratta di un fenomeno complesso che più di altri può esacerbare i processi individuati dalla PNEI, con una cascata di eventi avversi per chi ne è colpito e tra questi l’aumento del rischio di malattie cardiache, compresi problemi come l'ipertensione, l'aterosclerosi e l'infarto del miocardio. Disturbi gastrointestinali come la sindrome dell'intestino irritabile (IBS), ulcere peptiche, gastrite e altri problemi digestivi. Sintomi respiratori come l'asma o l'insorgenza di infezioni polmonari ricorrenti anche come conseguenza della compromissione del sistema immunitario. Disturbi del sonno, insonnia, difficoltà nel mantenere un sonno di qualità, aspetti che, come pochi, innescano un circolo vizioso e perpetuante il problema e la sintomatologia fisica, anche legata allo stato infiammatorio.
Il burnout cronico può portare a tensioni muscolari e dolore cronico, spesso associato a condizioni come il mal di schiena, la fibromialgia e l’incremento della stessa percezione del dolore. In quanto condizione stressante determina l’indebolimento del sistema immunitario aumentando la suscettibilità alle infezioni e alle malattie, sino a meccanismi di immunoevasione alla base di forme tumorali.
Il burnout può manifestarsi anche attraverso disturbi della pelle come l'acne, l'eczema o l'alopecia (caduta dei capelli) in tutto o in parte ulteriori conseguenze delle ricadute sul sistema immunitario. Lo stress cronico può influenzare il sistema endocrino, portando a squilibri ormonali che possono manifestarsi con sintomi come l'irregolarità mestruale nelle donne o la disfunzione erettile negli uomini.
In ultimo, ma non per importanza, persone vittime di burnout possono sviluppare problemi di peso o difficoltà nel mantenerlo sotto controllo, con interferenze nelle abitudini o strategie di coping che vedono nell’alimentazione compulsiva lo strumento disfunzionale di gestione dello stress.
Anche nella sindrome da burnout, sia in termini preventivi che nel trattamento sintomatologico, alimentazione e attività fisica si rivelano validi alleati, determinando un rilascio di endorfine che modulano i livelli di stress, stabilizzando il ritmo sonno-veglia e riducendo le tensioni emotive, rafforzando le strutture muscolari e migliorando quindi sia le sintomatologie dolorose che la sensibilità insulinica.
Il disturbo post traumatico da stress (PTSD) è una condizione psicologica complessa che si sviluppa in risposta a un evento traumatico e può avere un impatto significativo sulla vita di un individuo, influenzando il benessere mentale ed emotivo. Si tratta di un disturbo d'ansia che può svilupparsi in seguito a esperienze traumatiche, come incidenti gravi, abusi sessuali, violenza fisica, calamità naturali, atti di guerra o qualsiasi evento che mette a rischio la vita o la sicurezza personale, facendo sviluppare sintomi debilitanti come depressione e ipervigilanza, oltre alla citata ansia. La caratteristica centrale del PTSD è la persistenza di sintomi significativi per un periodo prolungato dopo l'evento traumatico che possono essere suddivisi in quattro categorie principali:
- Esperienze intrusive: includono flashback, incubi o ricordi dolorosi che si presentano in modo improvviso e involontario, come se i soggetti stessero rivivendo l'evento traumatico.
- Evitamento e intorpidimento: che si manifestano con la tendenza a evitare situazioni, luoghi o persone che potrebbero ricordare loro l'evento traumatico, associato a una diminuzione dell'interesse per attività una volta gradite e una sensazione di distacco dagli altri.
- Iperattivazione: iperattivazione del sistema nervoso autonomo con insorgenza di irritabilità, problemi di concentrazione, stato di allerta costante e disturbi del sonno.
- Sintomi cognitivi e dell'umore: pensieri negativi su se stessi o sugli altri, sensi di colpa e distorsioni cognitive legate all'evento traumatico come ansia, depressione e rabbia incontrollata.
Per parlare di PTSD i sintomi devono persistere per almeno un mese e causare disagio significativo o interferire con il funzionamento quotidiano dell'individuo. Tuttavia, in molti casi, il disturbo può durare per anni o persino per tutta la vita se non adeguatamente trattato. Il trattamento in genere avviene con uno o più approcci che possono prevedere anche la terapia cognitivo-comportamentale[3], l’esposizione controllata, la terapia farmacologica, la terapia di gruppo e il supporto sociale.
Il PTSD non solo interferisce con lo stato infiammatorio per tramite dei segnali neuroendocrini legati allo stress, ma emergerebbe che livelli di infiammazione precedenti l’evento scatenante potrebbero costituire un fattore di rischio per lo sviluppo del PTSD[4], coerentemente con questo dato un aumento precoce o più rapido dei fattori infiammatori dopo un trauma può predire la comparsa di sintomi legati PTSD.
Un approccio a dir poco rivoluzionario valuta l’ipotesi di una vaccinazione specifica contro il PTSD, sembrerebbe infatti che l'esposizione a un particolare tipo di batteri possa determinare una risposta anti-infiammatoria e attivare specifici neuroni cerebrali noti come antipanic neurons[5].
Gli antipanic neurons sono un tipo specifico di neuroni del cervello che svolgono un ruolo cruciale nella regolazione delle risposte legate all'ansia e al panico. Questi neuroni sono parte del sistema nervoso centrale e si trovano in regioni cerebrali coinvolte nella gestione delle emozioni e del comportamento come l'amigdala e l'ippocampo.
La loro principale funzione è quella di modulare e inibire le reazioni in situazioni di stress o pericolo, gli antipanic neurons possono intervenire per ridurre la risposta ansiosa e impedire il manifestarsi di attacchi di panico o altre manifestazioni legate all'ansia.
Questi neuroni sono coinvolti nella regolazione di importanti neurotrasmettitori come il GABA (acido gamma-aminobutirrico) e la serotonina, che hanno un impatto significativo sulla stabilità emotiva e sulla percezione del pericolo. La loro attivazione può contribuire a ridurre l'eccitabilità neuronale nelle aree cerebrali coinvolte nelle risposte ansiose.
Studi scientifici hanno evidenziato che gli antipanic neurons possono essere attivati da vari stimoli, inclusi alcuni agenti anti-infiammatori e, come accennato in precedenza, da specifici tipi di batteri. Questa attivazione può contribuire a mitigare le risposte infiammatorie e ansiose nel cervello.
La comprensione del funzionamento degli antipanic neurons è di grande interesse per la ricerca nel campo delle neuroscienze e della psicologia, poiché potrebbe fornire nuove prospettive terapeutiche per affrontare disturbi legati all'ansia e al panico, come il disturbo d'ansia generalizzata, il disturbo da attacchi di panico e, appunto, la sindrome da post-traumatica da stress (PTSD).
Il trauma psicologico quindi, rappresenta un'esperienza disturbante che può avere effetti profondi e duraturi sul benessere psicologico e fisico di un individuo, e per questo occorre individuare tutte le strategie per ridurne l’impatto (se non si può evitare l’evento traumatico stesso). A occuparsi in modo dettagliato di come tali esperienze influenzino il cervello e il corpo, quali siano le implicazioni del trattamento e della riabilitazione la neurobiologia del trauma.
Il trauma influisce su diverse aree del cervello tra cui l'amigdala, l'ippocampo e la corteccia prefrontale, e l’iperstimolazione è alla base dell’insorgenza di un PTSD. Nonostante tutto il cervello mostra una notevole propensione all’adattamento e alla guarigione, soprattutto se supportato da interventi specifici.
Il trattamento del trauma richiede anch’esso un approccio olistico che consideri sia gli aspetti neurobiologici sia quelli psicologici. Interventi farmacologici possono essere utilizzati per regolare i neurotrasmettitori e gli ormoni coinvolti nella risposta allo stress, mentre le terapie psicologiche aiutano a elaborare e integrare l'esperienza traumatica. In questo quadro la neurobiologia del trauma è fondamentale per sviluppare trattamenti efficaci e per aiutare le persone colpite a recuperare.
Una delle innovazioni più promettenti nel trattamento del PTSD è l'uso della realtà virtuale (VR), attraverso scenari controllati i pazienti sono gradualmente esposti agli stimoli associati all’evento in un ambiente sicuro, permettendo loro di elaborare l'esperienza traumatica e ridurre la sensibilità agli stimoli[6]. Si tratta di una tecnica particolarmente efficace per le vittime di disastri naturali e eventi bellici.
[1] Freudenberger H, Journal of social issues, 1974
[2] Maslach C, Jackson S E, and Leiter M.P, (1996), MBI: The Maslach Burnout Inventory: Manual,Consulting Psychologists Press, Palo Alto, CA.
[3] La terapia cognitivo-comportamentale è una forma di psicoterapia basata su solide fondamenta scientifiche che si concentra sulla comprensione e sulla modifica dei pensieri, delle emozioni e dei comportamenti disfunzionali dei pazienti. Si concentra sull'identificazione e sulla modifica dei pensieri distorti o negativi che contribuiscono ai sintomi psicologici. I pazienti imparano a riconoscere schemi di pensiero dannosi e a sostituirli con pensieri più realistici e adattivi. Questo processo aiuta a ridurre l'ansia, la depressione e altre condizioni mentali, e si è dimostrata efficace nel trattamento di una vasta gamma di disturbi tra cui depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), disturbo da stress post-traumatico (PTSD), disturbi alimentari e molte altre condizioni psicologiche.
[4] Eraly S A, Nievergelt C M, Maihofer A X, Barkauskas D A, et al., MRS Team. (2014). Assessment of plasma C-Reactive Protein as a biomarker of PTSD risk. JAMA Psychitary, 71(4), 423-431.
[5] Reber S O, Siebler P H, Donner N C, et al., (2016). Immunization with a heat-killed preparation of the environmental bacterium Mycobacterium vaccae promotes stress resilience in mice. Proceedings of the National Academy of Sciences, 113(22), E3130-E3139.
[6] Kothgassner OD, Goreis A, Kafka JX, Van Eickels RL, Plener PL, Felnhofer A. Virtual reality exposure therapy for posttraumatic stress disorder (PTSD): a meta-analysis. Eur J Psychotraumatol. 2019 Aug 19;10(1):1654782.