Ortoressia · Colpa e controllo
Perché uno “sgarro” può provocare ansia, senso di colpa o bisogno di compensare?
Il termine “sgarro” contiene già un significato interessante: non descrive semplicemente un alimento diverso dal solito, ma una violazione di una regola. Quando il rapporto con il cibo è flessibile, una scelta occasionale può essere integrata senza particolari conseguenze emotive. Quando invece l’alimentazione viene vissuta attraverso categorie rigide di corretto e sbagliato, puro e impuro, la deviazione può essere interpretata come un fallimento personale.
Il senso di colpa nasce quindi non tanto dalle caratteristiche nutrizionali del singolo pasto, quanto dal significato che gli viene attribuito. La persona può temere di aver compromesso la propria salute, di aver perso il controllo o di non essere stata abbastanza disciplinata. Il rispetto delle regole alimentari diventa una fonte di autostima; di conseguenza, infrangerle produce l’effetto opposto. Una scelta comune viene caricata di un valore morale che non dovrebbe possedere.
Da qui può nascere la compensazione. Dopo aver consumato un alimento ritenuto scorretto, si può decidere di digiunare, restringere ulteriormente la dieta, aumentare l’attività fisica o introdurre nuove regole. Il paradosso è che la punizione rafforza il sistema che ha generato il disagio: invece di rendere il rapporto con il cibo più sereno, conferma l’idea che la deviazione fosse realmente pericolosa e che occorra espiare in qualche modo.
Nell’ambiente fitness questo meccanismo può assumere forme particolarmente evidenti. Giorni di alimentazione fortemente restrittiva possono alternarsi a un pasto libero vissuto come sfogo, talvolta con quantità molto elevate. L’apparente soluzione alla rigidità finisce così per mantenere la stessa struttura mentale: sei giorni di controllo totale e un momento autorizzato di perdita di controllo. Non è la moderazione, ma una diversa organizzazione degli estremi.
Il passaggio utile è recuperare la possibilità che un alimento o un pasto siano semplicemente parte di una dieta complessiva, senza bisogno di premi o punizioni. In un percorso terapeutico questa flessibilità viene costruita gradualmente, non imponendo alla persona di mangiare tutto da un giorno all’altro. L’obiettivo è ridurre il significato minaccioso attribuito al cibo e restituire alla scelta alimentare una dimensione normale, compatibile con salute, piacere e vita sociale.
Fonte di approfondimento
Ortoressia: quando il cibo diventa ossessione
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