Terapia · Educazione alimentare
Perché spiegare semplicemente che alcune paure alimentari sono infondate può non bastare a risolvere l’ortoressia?
Perché l’ortoressia non è soltanto un errore di informazione. Certamente possono esserci convinzioni nutrizionali scorrette, interpretazioni pseudoscientifiche e paure prive di base reale, ma quelle idee spesso svolgono una funzione emotiva: offrono ordine, controllo e la sensazione di proteggersi da malattie o invecchiamento. Se si corregge il dato ma non si affronta la funzione, il sistema può semplicemente trovare una nuova regola su cui appoggiarsi.
Immaginiamo una persona convinta che un determinato alimento sia pericoloso. Mostrare dati contrari può produrre tre reazioni. In una condizione normale l’informazione viene integrata e la convinzione cambia. In una condizione rigida, invece, la fonte può essere rifiutata, considerata poco affidabile o parte di un sistema corrotto. Oppure la paura può spostarsi su un altro alimento. Il bisogno di certezza rimane intatto.
C’è poi un rischio ulteriore: l’educazione alimentare troppo dettagliata può diventare nuovo materiale per l’ossessione. Informazioni su contaminanti, quantità, additivi e possibili effetti biologici, se fornite senza un contesto adeguato, possono aumentare la vigilanza e generare altre restrizioni. Una persona già orientata alla perfezione può trasformare ogni dato in un nuovo obbligo.
Per questo il professionista della nutrizione deve lavorare anche sul comportamento. Non basta dire “questo alimento non fa male”; bisogna aiutare la persona a sperimentare gradualmente la possibilità di mangiarlo senza conseguenze catastrofiche, tollerare l’ansia iniziale e ridurre il bisogno di controllo. Il rapporto di fiducia è fondamentale, perché la paura può essere più forte della spiegazione teorica.
L’obiettivo non è ridurre l’informazione scientifica, ma usarla nel modo corretto. La conoscenza deve servire a semplificare il rapporto con il cibo, non a moltiplicare le prescrizioni. La persona ha bisogno di recuperare una visione realistica della salute, nella quale nessun singolo pasto determina il destino dell’organismo e nella quale la qualità della dieta si valuta nell’insieme. Quando l’informazione diventa uno strumento per recuperare flessibilità, può essere terapeutica; quando diventa un’altra lista da controllare, rischia di alimentare il problema che vorrebbe correggere.
Fonte di approfondimento
Ortoressia: quando il cibo diventa ossessione
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