Diagnosi · Valutazione professionale
Perché la diagnosi di ortoressia deve essere fatta da professionisti e non sulla base di pochi comportamenti osservati?
Perché molti comportamenti associati all’ortoressia esistono anche nella vita di persone perfettamente sane. Leggere le etichette, mangiare prevalentemente cibi poco lavorati, preparare i pasti, praticare sport con costanza o evitare un alimento per scelta personale non sono di per sé segni di malattia. Diventano clinicamente rilevanti quando si inseriscono in un quadro più ampio di rigidità, sofferenza e compromissione.
Una valutazione professionale deve quindi comprendere almeno tre livelli. Il primo riguarda il comportamento: quanto tempo viene dedicato al cibo, quante regole sono presenti, quanto è difficile infrangerle, quali alimenti vengono esclusi. Il secondo riguarda le conseguenze emotive e sociali: ansia, senso di colpa, isolamento, conflitti con familiari e amici, rinuncia a occasioni di vita. Il terzo riguarda la salute fisica: perdita di peso, carenze, malnutrizione, alterazioni metaboliche o altre conseguenze della restrizione.
Va poi considerata la possibile sovrapposizione con altri disturbi. Alcuni tratti possono avvicinarsi al disturbo ossessivo-compulsivo, all’anoressia, alla vigoressia o ad altre forme di DCA. La stessa persona può attraversare fasi diverse nel tempo. Una classificazione affrettata rischia quindi di descrivere soltanto la manifestazione più evidente senza comprendere la struttura del problema.
Anche i test hanno bisogno di interpretazione. Un punteggio può suggerire un rischio, ma non spiega perché una persona abbia adottato quelle regole né quale funzione esse svolgano. Due individui con risposte simili possono avere motivazioni e conseguenze completamente differenti.
La diagnosi non serve a distribuire etichette, ma a decidere se e come intervenire. Per questo deve essere collegata alla valutazione clinica, nutrizionale e psicologica. Ridurre tutto a un comportamento osservato dall’esterno può generare stigma e banalizzazione: si rischia di definire ortoressico chi semplicemente mangia con attenzione e, contemporaneamente, di non riconoscere chi nasconde una sofferenza reale dietro un’immagine di disciplina e salute. La complessità non è un ostacolo inutile: è ciò che permette di distinguere una scelta consapevole da un disturbo che ha bisogno di trattamento.
Fonte di approfondimento
Ortoressia: quando il cibo diventa ossessione
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