Stigma · Forza di volontà
Perché dire a una persona con ortoressia che dovrebbe semplicemente avere più forza di volontà può peggiorare il problema?
Perché presuppone che il disturbo sia una scelta facilmente reversibile. È lo stesso errore che viene spesso commesso nei confronti di altri problemi psicologici: si interpreta la difficoltà a modificare un comportamento come mancanza di impegno, anziché come parte del problema stesso. Nel caso dell’ortoressia questa lettura è ancora più frequente perché dall’esterno molte condotte appaiono volontarie: la persona sceglie cosa mangiare, prepara i pasti e rifiuta determinati alimenti.
La realtà è più complessa. Quando il comportamento è diventato ossessivo e compulsivo, la trasgressione alle regole può generare ansia, vergogna, paura di ammalarsi, senso di impurità e necessità di compensazione. Dire “mangia normalmente e basta” ignora proprio questi meccanismi. È come pretendere che la soluzione coincida con il comportamento che la persona, in quel momento, non riesce a mettere in atto senza una forte sofferenza.
Lo stigma produce inoltre un secondo effetto: rende più difficile chiedere aiuto. Se chi soffre teme di essere considerato responsabile, debole o semplicemente eccentrico, avrà maggiori ragioni per nascondere i comportamenti e difendere la propria posizione. Nel caso dell’ortoressia la resistenza è già sostenuta dalla convinzione di agire per la propria salute; sentirsi attaccati dall’esterno può rafforzare l’idea che siano gli altri a non capire.
Gli studi sul giudizio sociale indicano che le persone con disturbi alimentari vengono spesso considerate, almeno in parte, responsabili della loro condizione. Per l’ortoressia questa attribuzione di colpa può essere perfino maggiore rispetto all’anoressia, perché la dieta “pulita” viene percepita come una scelta deliberata. Paradossalmente, però, proprio l’ostentazione della disciplina può nascondere la perdita di controllo.
Questo non significa che familiari e professionisti debbano approvare ogni regola o evitare di mettere limiti. Significa distinguere la persona dal comportamento e sostituire il giudizio con la comprensione del meccanismo. Riconoscere un disturbo non equivale a deresponsabilizzare: significa creare le condizioni perché la persona possa assumere un ruolo attivo nel cambiamento senza essere costretta prima a difendersi dall’accusa di esserselo procurato. La richiesta di aiuto diventa più probabile quando il problema può essere nominato senza trasformarlo in una colpa morale.
Fonte di approfondimento
Ortoressia: quando il cibo diventa ossessione
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