Pierluigi De Pascalis Biologo Nutrizionista · Chinesiologo

Ortoressia · DCA e migrazione diagnostica

L’ortoressia può trasformarsi in anoressia o convivere con altri disturbi del comportamento alimentare?

I disturbi del comportamento alimentare non sempre restano confinati in categorie nette per tutta la vita. È possibile osservare quella che viene definita migrazione diagnostica: caratteristiche prevalenti in una fase possono modificarsi nel tempo e lasciare spazio a un quadro differente. Anche l’ortoressia può inserirsi in questa dinamica e condividere tratti con altri disturbi, soprattutto per quanto riguarda controllo, rigidità, restrizione e rapporto problematico con il cibo.

Una delle possibili evoluzioni è verso l’anoressia nervosa. Nell’ortoressia l’obiettivo dichiarato è inizialmente la qualità del cibo e non necessariamente la perdita di peso. Tuttavia l’eliminazione progressiva di alimenti e gruppi alimentari può ridurre l’introito energetico, produrre perdita di peso e rendere sempre più restrittivo il comportamento. A quel punto i confini diventano meno semplici da distinguere, soprattutto se compaiono anche preoccupazione per il corpo, paura di aumentare di peso o ulteriore incremento dell’attività fisica.

È stata descritta anche la situazione opposta: persone trattate per anoressia o bulimia possono continuare a manifestare comportamenti riconducibili all’ortoressia. Il recupero di un quantitativo di cibo più adeguato non garantisce automaticamente che sia stato recuperato un rapporto flessibile con l’alimentazione. La scelta può spostarsi dalla quantità alla qualità percepita, mantenendo intatto il bisogno di controllo.

Molto frequente è inoltre il rapporto con la vigoressia e con l’esercizio compulsivo. In questi casi il controllo del corpo, dell’allenamento e dell’alimentazione si rafforzano reciprocamente. Si può mangiare in modo estremamente rigido per sostenere l’obiettivo muscolare, mentre l’allenamento diventa lo strumento per compensare, mantenere o migliorare continuamente l’aspetto fisico.

Questa sovrapposizione spiega perché una diagnosi non dovrebbe essere costruita sulla base di un singolo test o di una singola abitudine. Bisogna osservare l’insieme dei comportamenti, la motivazione che li sostiene, la compromissione fisica e sociale e la presenza di altri sintomi. Ed è proprio per questa complessità che il trattamento deve essere multidisciplinare e adattabile nel tempo: non basta correggere la dieta se il disturbo cambia semplicemente forma mantenendo intatte le stesse dinamiche di controllo e rigidità.

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Ortoressia: quando il cibo diventa ossessione

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