Paure alimentari · Glutine e lattosio
Eliminare glutine o lattosio senza una diagnosi può favorire un rapporto più rigido con il cibo?
Può contribuire a renderlo più rigido, soprattutto quando l’esclusione non nasce da una necessità clinica ma da un’autodiagnosi, da informazioni raccolte in modo frammentario o dalla convinzione che eliminare una sostanza renda automaticamente l’alimentazione più sana. Il punto non è negare l’esistenza della celiachia o delle intolleranze: sono condizioni reali e, quando presenti, richiedono una gestione specifica. Il problema è trasferire quelle indicazioni a chi non ne ha bisogno.
Il meccanismo è relativamente semplice. Una persona elimina il glutine, il lattosio o un altro gruppo di alimenti e contemporaneamente modifica molte altre abitudini: mangia meno, seleziona di più, riduce prodotti particolarmente calorici o cambia la composizione complessiva della dieta. Se perde peso o percepisce un miglioramento, può attribuire tutto all’alimento escluso. A quel punto la convinzione diventa difficile da mettere in discussione, perché l’esperienza personale viene vissuta come prova definitiva.
Da qui può partire una catena di eliminazioni. Se il glutine è diventato “il problema”, si cominciano a controllare etichette e contaminazioni; in seguito può comparire il sospetto verso lattosio, zuccheri, carboidrati o altri ingredienti. La dieta diventa progressivamente più stretta e la persona può convincersi di avere numerose intolleranze mai diagnosticate.
La scelta di prodotti senza glutine in chi non è celiaco non possiede automaticamente un vantaggio salutistico. I dati riportati mostrano, al contrario, che alcuni prodotti gluten free possono avere una composizione differente rispetto agli equivalenti comuni, con più grassi e meno proteine. Anche questo ricorda che l’etichetta “senza” non equivale a “migliore”.
Sul piano psicologico è importante soprattutto osservare la paura. Evitare un alimento perché una diagnosi lo richiede è una condotta adattiva. Evitarlo perché si teme una contaminazione vaga, perché si pensa di “avvelenare” il corpo o perché la sua introduzione genera colpa è un’esperienza differente. L’ortoressia si alimenta proprio della trasformazione di regole alimentari in strumenti di controllo. Quando le esclusioni aumentano senza una ragione clinica verificata, la domanda utile non è soltanto “questo alimento mi fa male?”, ma anche “quanto spazio sta occupando questa paura nella mia vita?”.
Fonte di approfondimento
Ortoressia: quando il cibo diventa ossessione
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