Ortoressia · Salutismo
Dove passa il confine tra attenzione alla salute e ortoressia?
Il confine non passa dal numero di verdure mangiate, dalla frequenza con cui si leggono le etichette o dal fatto di preferire alimenti poco lavorati. L’interesse per la propria salute può essere intenso e comunque restare pienamente adattivo. La differenza compare quando il comportamento smette di migliorare la qualità della vita e comincia a restringerla.
Nella fase salutistica la persona utilizza l’alimentazione come uno degli strumenti per stare bene. Può avere preferenze, pianificare i pasti e spendere qualcosa in più per determinati prodotti, ma conserva flessibilità. Se una sera mangia diversamente dal previsto non vive l’evento come un fallimento morale; può andare a cena con altri; riesce a modificare le proprie scelte quando cambiano le circostanze e non dedica al cibo una quota sproporzionata delle proprie energie mentali.
Il passaggio verso l’ortoressia nervosa è caratterizzato invece da pensiero ossessivo, comportamento compulsivo, crescente limitazione, senso di colpa e, nei casi più marcati, autopunizione. Le relazioni sociali iniziano a essere condizionate, il tempo dedicato alla pianificazione aumenta e la persona può sentirsi sopraffatta quando non riesce a rispettare le regole. A quel punto il regime alimentare non è più un mezzo per vivere meglio: è diventato il criterio con cui misurare sicurezza, identità e valore personale.
Questa distinzione è stata formalizzata anche attraverso il concetto di “ortoressia sana”, separata dalla forma nervosa. L’interesse per un’alimentazione salutare non mostra necessariamente le caratteristiche di disagio mentale che accompagnano la forma patologica e può perfino rappresentare un comportamento protettivo. È un passaggio utile perché evita di demonizzare la prevenzione e l’educazione alimentare.
La stessa azione, dunque, può avere significati molto diversi. Preparare un pasto in anticipo può essere organizzazione; non riuscire mai a mangiare qualcosa preparato da altri per paura di ingredienti non controllati è un’altra cosa. Preferire un alimento è libertà; sentirsi obbligati a sceglierlo anche quando rovina una relazione o un’occasione importante è rigidità. Il criterio più utile non è chiedersi quanto una persona mangi “sano”, ma quanto sia ancora libera di vivere senza che il cibo occupi il centro di ogni decisione.
Fonte di approfondimento
Ortoressia: quando il cibo diventa ossessione
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