Fitness · Cibo pulito
Che cosa c’è di problematico nell’idea di “cibo pulito” usata in palestra?
L’espressione “cibo pulito” sembra intuitiva e rassicurante, ma proprio questa apparente semplicità può diventare ingannevole. Se esistono cibi puliti, per definizione devono esistere cibi sporchi. Da un concetto nutrizionale si passa così facilmente a una classificazione morale: alcuni alimenti diventano accettabili, altri non solo meno opportuni ma quasi contaminanti, capaci di compromettere salute e risultati anche se consumati occasionalmente.
Nel mondo del fitness la lista dei cibi considerati puliti tende spesso a essere molto breve: riso, gallette, pollo, tonno, bresaola, albumi, burro di arachidi, prodotti proteici e pochi altri alimenti. Il paradosso è evidente. La ricerca di una dieta perfetta porta a una monotonia che può ridurre la varietà nutrizionale e aumentare l’esposizione ripetuta alle sostanze naturalmente o accidentalmente presenti nei medesimi prodotti. Un alimento non diventa migliore soltanto perché è abitualmente consumato da chi si allena.
L’etichetta “fit” o “clean” può inoltre dipendere più dal contesto commerciale che dalle caratteristiche dell’alimento. Lo stesso prodotto, quando entra nei negozi di integratori o viene promosso da figure del settore, acquisisce improvvisamente una reputazione differente. È un esempio di quanto il marketing possa modificare la percezione senza cambiare la composizione del cibo.
Il problema più importante rimane però comportamentale. Se un alimento è definito sporco, mangiarlo può generare colpa, ansia o bisogno di compensazione. La dieta smette di essere valutata nell’insieme e ogni singolo pasto diventa un esame da superare. Si perde la capacità di considerare quantità, frequenza, contesto e varietà, sostituendola con un giudizio binario.
Una corretta educazione alimentare dovrebbe fare l’opposto: insegnare che gli effetti dipendono dall’insieme della dieta e che anche alimenti validi possono diventare problematici se consumati in modo monotono o sproporzionato. Non occorre abolire la programmazione né rinunciare a scelte di qualità. Occorre evitare che un’etichetta semplificata trasformi il cibo in un sistema di purezza e contaminazione. In quel passaggio il linguaggio apparentemente innocuo del fitness può diventare terreno ideale per la rigidità ortoressica.
Fonte di approfondimento
Ortoressia: quando il cibo diventa ossessione
Contenuto informativo e divulgativo. Non sostituisce il parere del medico o di altri professionisti sanitari.