Vigoressia · Terminologia
Vigoressia, bigoressia, dismorfismo muscolare e anoressia inversa indicano la stessa cosa?
Questi termini sono nati in momenti diversi e non sempre vengono utilizzati con identico rigore, ma ruotano intorno allo stesso nucleo: una preoccupazione eccessiva per una muscolatura percepita come insufficiente. “Anoressia inversa” è stata una delle prime definizioni, scelta per sottolineare il parallelismo con chi si percepisce grasso nonostante la magrezza: qui il soggetto può sentirsi troppo piccolo nonostante un’evidente muscolosità.
“Dismorfismo muscolare” mette l’accento sul disturbo dell’immagine corporea e colloca il problema nell’area dei disturbi dismorfico-corporei. L’oggetto dell’insoddisfazione non è un singolo dettaglio come il naso o la pelle, ma la quantità e la qualità della muscolatura.
“Vigoressia” e “bigoressia” vengono spesso utilizzati come sinonimi in senso più divulgativo. Nel linguaggio comune possono includere non soltanto la percezione di essere troppo piccoli, ma anche l’insieme di comportamenti che ruotano intorno alla ricerca esasperata della muscolosità: allenamento compulsivo, dieta rigida, controllo continuo e possibile uso di sostanze.
La varietà di nomi può creare confusione perché alcuni autori usano definizioni più ristrette e altri più ampie. Se si adotta un criterio strettamente clinico, la vigoressia viene riferita soprattutto al dismorfismo muscolare. Se si ragiona in ottica preventiva, può essere utile osservare anche soggetti che non soddisfano tutti i criteri ma stanno sviluppando comportamenti sempre più rigidi e rischiosi.
È importante inoltre non confondere questi termini con exercise addiction, che comprende la dipendenza dall’attività fisica anche in assenza di preoccupazione per la massa muscolare.
In pratica, il nome è meno importante della dinamica. Se una persona vive un’insoddisfazione persistente, organizza la vita intorno al miglioramento corporeo e continua comportamenti dannosi nonostante le conseguenze, il problema merita attenzione qualunque etichetta si preferisca utilizzare.
La terminologia dovrebbe servire a comprendere meglio, non a trasformarsi in una discussione che fa perdere di vista la persona e il suo disagio. La terminologia resta utile soltanto se aiuta a distinguere i fenomeni senza far dimenticare che la sofferenza e le conseguenze concrete vengono prima dell’etichetta.
Fonte di approfondimento
Vigoressia: quando il fitness diventa ossessione
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