Ci sono casi clinici che finiscono nei manuali di medicina e altri che, quasi senza volerlo, contribuiscono a cambiare il modo in cui guardiamo all’essere umano. Quello di Phineas Gage appartiene certamente alla seconda categoria.
Gage nacque nel 1823 e lavorava come caposquadra nella costruzione delle ferrovie americane. Era un lavoro tutt’altro che semplice: bisognava coordinare gli operai, organizzare le attività e, soprattutto, utilizzare esplosivi per aprire passaggi nella roccia. Proprio durante una di queste operazioni, il 13 settembre 1848, accadde qualcosa che ancora oggi appare difficile da immaginare.
Gage stava lavorando nei pressi di Cavendish, nel Vermont. Per preparare un’esplosione era necessario inserire della polvere da sparo all’interno di un foro praticato nella roccia e comprimerla utilizzando una lunga barra di ferro. Una procedura consueta, eseguita probabilmente centinaia di volte.
Quel giorno, però, qualcosa andò storto.
Una scintilla provocò l’esplosione prematura della polvere e la barra di ferro utilizzata da Gage venne trasformata in un vero e proprio proiettile. Era lunga circa un metro e dieci centimetri, pesava quasi sei chilogrammi e aveva un diametro superiore ai tre centimetri. Entrò dal lato sinistro del volto, attraversò il cranio e fuoriuscì dalla parte superiore della testa, finendo a diversi metri di distanza.
A questo punto la storia dovrebbe quasi inevitabilmente concludersi.
E invece Gage sopravvisse.
Sopravvivere all’impossibile
Ancora più sorprendente è che Gage non sembrò perdere completamente conoscenza. Poco dopo l’incidente era in grado di parlare e di interagire con le persone che gli stavano intorno. Il medico che si occupò principalmente di lui, John Martyn Harlow, si trovò davanti a una lesione che, considerando anche le possibilità della medicina della metà dell’Ottocento, avrebbe avuto ogni ragione per essere fatale.
Le settimane successive furono tutt’altro che semplici. Comparvero infezioni e complicazioni e per qualche tempo le condizioni di Gage furono molto gravi. Eppure riuscì progressivamente a recuperare e, dopo alcuni mesi, fu persino in grado di tornare dalla propria famiglia nel New Hampshire.
Il problema era che, almeno secondo chi lo conosceva bene, l’uomo tornato a casa non sembrava più esattamente lo stesso di quando era partito.
Prima dell’incidente Gage veniva descritto come un lavoratore particolarmente capace, affidabile e responsabile. Non era soltanto forte o esperto nel proprio mestiere: aveva qualità organizzative sufficienti per dirigere altri uomini in un’attività nella quale una distrazione poteva avere conseguenze drammatiche. Era energico, determinato e capace di portare avanti i propri progetti.
Dopo l’incidente qualcosa sembrò cambiare.
Harlow raccontò che l’equilibrio tra le capacità intellettive e il comportamento sociale appariva profondamente alterato. Gage diventò più impulsivo, insofferente alle regole e scarsamente rispettoso delle convenzioni sociali. Formulava progetti che poco dopo abbandonava, sembrava meno capace di programmare il futuro e mostrava una maggiore instabilità nel comportamento.
La frase con cui il medico sintetizzò il cambiamento sarebbe diventata celebre: per chi lo conosceva, Gage non era più Gage.
Quando il cervello modifica la personalità
È soprattutto per questo che il suo caso è entrato nella storia.
A metà dell’Ottocento il rapporto tra cervello, comportamento e personalità era ancora oggetto di un acceso dibattito. L'idea che specifiche strutture cerebrali potessero contribuire non soltanto al movimento o alla percezione, ma anche alla capacità di pianificare, prendere decisioni, controllare gli impulsi e comportarsi in modo socialmente adeguato era tutt’altro che scontata.
La lesione di Gage interessò soprattutto le regioni frontali del cervello. Ricostruzioni realizzate oltre un secolo dopo utilizzando la tomografia computerizzata del suo cranio hanno suggerito un danno principalmente a carico del lobo frontale sinistro. Studi successivi hanno inoltre ipotizzato che il passaggio della barra possa aver interrotto numerose connessioni della sostanza bianca, influenzando quindi reti cerebrali molto più ampie rispetto alla sola porzione di tessuto direttamente distrutta.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti della vicenda: il cervello non funziona come una collezione di interruttori indipendenti. Una lesione relativamente circoscritta può modificare il funzionamento di sistemi complessi e delle connessioni che permettono a regioni differenti di collaborare.
Il caso di Gage contribuì così ad alimentare l'idea che i lobi frontali avessero un ruolo fondamentale nelle funzioni esecutive, nella regolazione del comportamento, nella capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni e nell'adattamento alle regole sociali.
Ma Gage rimase davvero così per tutta la vita?
Qui la storia diventa ancora più interessante, perché nel corso degli anni la vicenda di Phineas Gage è stata probabilmente semplificata e, in alcuni casi, persino romanzata.
Nei libri viene spesso descritto come un uomo definitivamente trasformato in una persona aggressiva, irresponsabile e incapace di condurre una vita normale. Le fonti storiche, però, sono molto meno nette. Una revisione della documentazione originale ha mostrato come numerosi dettagli ripetuti nei manuali non siano in realtà sostenuti dalle testimonianze disponibili.
Sappiamo, ad esempio, che negli anni successivi Gage lavorò come conducente di diligenze in Cile, occupandosi di cavalli e guidando carrozze trainate da più animali lungo percorsi impegnativi. Un lavoro che richiedeva puntualità, attenzione, capacità di organizzazione e interazione con altre persone: caratteristiche difficilmente compatibili con l'immagine di un uomo completamente incapace di controllare il proprio comportamento.
È quindi possibile che almeno una parte delle alterazioni più marcate fosse concentrata nel periodo immediatamente successivo al trauma e che successivamente si sia verificato un certo grado di adattamento. Non possiamo dimostrarlo con gli strumenti dell'epoca, ma questa possibilità rende il caso ancora più moderno, perché introduce un altro grande tema delle neuroscienze: la capacità del cervello di riorganizzarsi e adattarsi dopo una lesione.
L’eredità di Phineas Gage
Negli ultimi anni della sua vita Gage raggiunse la famiglia in California. Nel 1860 cominciò a soffrire di crisi epilettiche sempre più frequenti e morì il 21 maggio 1860, a soli 36 anni.
Qualche anno più tardi il suo cranio e la famosa barra di ferro furono consegnati da Harlow al Warren Anatomical Museum della Harvard Medical School, dove sono ancora conservati.
A più di 170 anni dall'incidente, continuiamo quindi a parlare di un operaio delle ferrovie del Vermont come di uno dei pazienti più famosi della storia delle neuroscienze.
Non perché Phineas Gage abbia fornito da solo la spiegazione di come nasce la personalità, ma perché la sua vicenda rese straordinariamente evidente qualcosa che oggi consideriamo quasi intuitivo: ciò che chiamiamo carattere, capacità di giudizio, autocontrollo e comportamento sociale dipende anche dall'integrità e dall'organizzazione del nostro cervello.
Una barra di ferro attraversò il cranio di Phineas Gage in pochi istanti, cambiò lui, cambio il mondo delle neuroscienze.
