Se siete a tavola con una persona in forma, difficilmente verrete presi in giro se ordinate delle verdure scondite, né esortati a mangiare una carbonara come alternativa.
Se siete a tavola con qualcuno decisamente fuori forma, con tutta probabilità scatta una delle due frasi:
- “Ma dai, per una volta cosa vuoi che accada?”
- “Sei già in forma, non serve privarsi!”
Privarsi.
Perché l’idea di mangiare delle verdure, e controllare il condimento, non è concepita come qualcosa che possa semplicemente far parte di uno stile di vita. No, deve necessariamente essere una rinuncia, un sacrificio, qualcosa che si fa controvoglia.
E questo è già interessante.
Perché accade?
È la metafora del granchio. Avete mai visto dei granchi in un secchiello? Se qualcuno prova ad “evadere”, gli altri lo tirano giù. Non per cattiveria e, soprattutto, non consapevolmente. È semplicemente la conseguenza dell’ambiente nel quale si trovano.
Per questo, quando si parla di sovrappeso e obesità, si parla anche di ambiente obesogeno.
Perché il comportamento alimentare non nasce nel vuoto. È influenzato dalle abitudini familiari, dalle occasioni sociali, dalle aspettative degli altri e perfino da ciò che all’interno di un gruppo viene considerato “normale”.
E spesso a bloccare l’iniziativa di cambiamento sono proprio le persone più vicine.
Il partner, i genitori, la famiglia in genere possono diventare un freno al cambiamento.
“Assaggia almeno questo.”
“Una volta non succede niente.”
Ed è vero: una volta non succede niente.
Il problema è che molto spesso quella “volta” si ripete ogni volta che c’è qualcuno intorno.
Succede anche tra amici e conoscenti. Qui forse può entrare in gioco anche una sorta di effetto “competitor”.
Chi è in forma perché attivamente si prodiga per esserlo, può essere percepito come un avversario. Qualcuno che, pur senza dire nulla e senza giudicare nessuno, ci mette davanti ad alcune responsabilità.
Perché vedere una persona che presta attenzione a quello che mangia ci ricorda che molte scelte sono, appunto, scelte.
Ed è molto più comodo pensare che chi mangia diversamente sia “ossessionato”, “fissato”, “a dieta perenne”, piuttosto che domandarsi se alcune delle nostre abitudini siano davvero inevitabili.
Ben chiaro: se mangiare in un certo modo deve diventare una sofferenza, una condizione di ansia, rigidità e ossessione, allora qualcosa è certamente da rivedere.
Se una pizza tra amici fa scattare sensi di colpa, paura o bisogno di compensare il giorno successivo, è proprio il caso di chiedere un supporto professionale, eventualmente anche psicologico.
Ma esiste una grande distanza tra l’ossessione alimentare e la semplice capacità di scegliere.
Mangiare bene non significa rinunciare.
Ma significa anche non sentirsi obbligati a mangiare male per non mettere in imbarazzo gli altri.
Forse uno degli obiettivi più importanti di un percorso nutrizionale non è imparare a “resistere” alle tentazioni, ma arrivare al punto in cui certe scelte non vengono più percepite come sacrifici.
E soprattutto imparare che, qualche volta, per uscire dal secchiello bisogna anche smettere di preoccuparsi di ciò che pensano gli altri granchi. Anche perché, dal secchio alla pentola, il passo è breve!


