C’è una categoria di persone che, nel mondo dell’alimentazione, merita indubbiamente un plauso: i buoni divulgatori.
Quelli che studiano, leggono, verificano, citano le fonti, evitano il sensazionalismo più volgare, non vendono acqua alcalina benedetta e non spiegano il metabolismo umano come se fosse il libretto d’istruzioni di un tostapane. Persone che, in un panorama popolato da guru della detox, sacerdoti del digiuno miracoloso, venditori di integratori e profeti del “non ce lo dicono”, rappresentano qualcuno di cui fidarsi, persone che spesso fanno “il lavoro sporco” di consultare e rendere comprensibili gli studi.
Eppure anche loro, i migliori, ogni tanto forzano la mano.
Non per malafede. Non per cialtroneria. Non perché abbiano deciso di abbandonare la letteratura scientifica per aprire un canale Telegram sui poteri vibrazionali del sedano.
Semplicemente perché nessuno è immune dalla propria visione del mondo. Neppure chi passa la vita a spiegare agli altri quanto sia importante non avere pregiudizi.
Ogni divulgatore, col tempo, costruisce una sua valigia.
All’inizio la riempie con fatica: studi, revisioni, linee guida, dubbi, errori, posizioni riformulate. Dentro ci fanno bella figura la differenza tra rischio e certezza, tra popolazione e individuo, tra correlazione e causalità.
Poi però, come accade in ogni viaggio, la valigia comincia a riempirsi anche di altro.
Un’idea
cara.
Una posizione un po’ più spinta.
Una battaglia personale.
Un’avversione maturata nel tempo.
La voglia di fare proseliti.
Nulla di drammatico, non siamo al cherry-picking del venditore di fuffa, quello che cerca tre studi nel retrobottega di PubMed purché confermino che il limone cura il fegato, il glutine ruba l’anima e le multinazionali vogliono impedirci di vivere fino a 140 anni mangiando burro chiarificato.
Qui siamo a un livello diverso. Il divulgatore serio non inventa, non mente e non manipola grossolanamente. Ma accentua, sceglie quali sfumature mostrare e quali lasciare sul fondo. Decide quali rischi enfatizzare e quali ridimensionare. Stabilisce, più o meno consapevolmente, dove mettere il punto esclamativo e dove il punto e virgola.
E spesso, dentro quelle scelte, entra la sua storia personale (forse neppure consapevolmente).
C’è chi ha smontato giustamente le paure irrazionali verso l’industria alimentare e, strada facendo, sviluppa una fiducia quasi commovente nella sicurezza del sistema produttivo, nei controlli, nelle norme, nei limiti di legge. Dimenticando che se le sofisticazioni, le adulterazioni (e non solo) vengono individuate, è perché qualcuno continua a porle in essere. E se 10 vengono scoperte, è probabile che altre 10 sfuggano.
C’è chi ha combattuto per anni le bufale sul cibo miracoloso, ma strada facendo si è innamorato dell’etichetta “biologico”, e a quell’amore non sa resistere.
C’è chi parla benissimo di evidenze scientifiche, poi davanti ai grani antichi ha un cedimento emotivo. Li guarda come certi guardano le cabine del telefono: con tenerezza, nostalgia e un improvviso calo del senso critico.
C’è chi spiega correttamente che “naturale” non significa migliore o sicuro, ma poi ha un rapporto quasi liturgico con il cibo “vero”, “pulito”, “semplice”, “non processato”, come se una zuppa cucinata in una baita avesse proprietà superiori a una preparata in un bilocale con piano a induzione.
La lista è lunghissima, da quelli che “non è confermato, ma io il glutine per sicurezza lo toglierei!” a quelli che “un bicchiere di vino rosso in fondo non fa male, basta che sia solo durante i pasti”.
E sia chiaro: spesso dietro queste posizioni c’è anche del vero, qualche sfumatura c’è sempre. Il punto è che anche una cosa “un po’ vera” può diventare falsa quando viene allungata troppo.
Avere una linea è inevitabile, persino auspicabile. Chi parla di alimentazione senza una visione, senza una gerarchia dei problemi, senza un’idea di cosa sia prioritario, finisce per produrre quella divulgazione melensa in cui tutto è vero, tutto è falso, tutto dipende, tutto è complesso, tutto va contestualizzato, e alla fine il lettore ha imparato solo che l’autore ha una grande paura di esporsi.
Quando chi combatte il fanatismo diventa fanatico del proprio antifanatismo, qualcosa inizia a scricchiolare.
Poi c’è un altro elemento, forse ancora più delicato: il pubblico.
Ogni divulgazione attrae una selezione di lettori, accomunati non solo per competenza, ma per sensibilità, per tono, per battaglie, per nemici comuni. Col tempo si forma una comunità che apprezza certe posizioni, le rilancia, le premia, le difende.
E qui comincia il problema.
Perché quando dici qualcosa che piace al tuo pubblico, il pubblico applaude. Quando la ripeti, applaude di più. Quando la estremizzi appena, applaude ancora. E a quel punto nasce la pericolosa illusione di essere non solo compresi, ma confermati. Il consenso diventa una revisione tra pari fatta da follower già d’accordo. Una peer review con le emoji.
È così che si creano piccole bolle di razionalità apparente.
La divulgazione alimentare, del resto, è un campo minato. Da una parte evidenti cialtroni che parlano di mandorle prima della pizza, cioccolato da mangiare senza limiti purchè fondente, colesterolo utile e da caldeggiare. Bufale che esaltano solo gente con il caschetto di carta stagnola sulla testa.
Dall’altra ci possono essere le forzature di chi è competente e integerrimo, molto più difficili da individuare e contrastare, proprio perché immerse in un discorso altrimenti corretto. Ed esposte da chi corretto cerca di esserlo sul serio.
Non si tratta di sciocchezze ma di affermazioni vere portate fuori scala. Un po’ come dire che camminare fa bene e concludere che attraversare l’Italia a piedi curi i traumi infantili, la steatosi e il malocchio.
Questo non significa mettere tutti sullo stesso piano. Il divulgatore competente non è uguale al ciarlatano. Chi sbaglia una sfumatura dentro un discorso serio non è paragonabile a chi costruisce un impero commerciale sulla paura e sull’ignoranza. Né ritengo che una persona vada MAI giudicata da un inciampo lungo il tragitto.
Però a volte occorrerebbe avere accanto alla valigia, anche un cestino. Un posto in cui buttare le battaglie diventate più identitarie che utili.
Perché il divulgatore migliore non è quello che non sbaglia mai. È quello che si accorge quando sta iniziando ad amare troppo una propria idea. E magari, pur dispiaciuto, trova il coraggio di lasciarla a casa prima del prossimo viaggio.


