Nella mente di un no-vax: analisi psico-cognitiva del ragionamento disadattivo che porta a non vaccinarsi!

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Educate la gente sui rischi delle droghe e dell’assunzione eccessiva di grassi, fate loro conoscere le cose giuste, e il problema si risolverà“, questo affermava Rosenstock nel 1966 ma, a giudicare da come sono andate le cose a oltre 50 anni di distanza, evidentemente qualcosa non ha funzionato. Ci troviamo oggi a doverci confrontare con un nemico ben più immediato negli effetti (il tristemente noto covid-19), la cui opzione di venire a contatto non è una scelta volontaria, come quella di drogarsi o assumere grassi in grandi quantità, e malgrado vi sia finalmente una soluzione che non richiede complesse azioni, come mettersi  a dieta o entrare in una comunità di recupero, la tendenza di molti a non volersi vaccinare cresce pericolosamente. Poiché in molti commentano i post che attaccano i no-vax, dicendo che la strada giusta è il confronto e non la derisione, ho voluto prendermi qualche ora di tempo per analizzare in modo serio e il più scientificamente possibile , cosa passa per la mente di un no-vax, e cosa lo spinge verso scelte irrazionali sulla base di una assoluta incompetenza in materia.

Partiamo da un presupposto: la salute di ciascuno dipende da numerosi elementi definiti “determinanti di salute”, i determinanti di salute sono quindi tutti gli elementi che, messi assieme, determinano (per l’appunto) le sorti di una persona in termini di salute o malattia. I determinanti di salute sono numerosi, per esempio rientrano, come è facile immaginare, i fattori genetici (per quanto siano incredibilmente marginali rispetto al resto), gli stili di vita, ma anche elementi psicosociali. I determinanti di salute possono essere, in estrema sintesi: patogeni (ad esempio il fumo) se incrementano i rischi per una persona; o protettivi (ad esempio l’attività fisica) se riducono i rischi e incrementano la prevenzione.

La psicologia della salute studia e ha studiato molto cosa spinge una persona ad avere comportamenti protettivi o patogeni, sviluppando diversi modelli che possano spiegare il comportamento umano. Analizziamo (molto sinteticamente) qualcuno di questi modelli e applichiamolo alla scelta di vaccinarsi o meno.

1 – Modello delle credenze sulla salute

Il modello delle credenze sulla salute analizza quali siano i fattori cognitivi che spingono o ostacolano i soggetti a ad adottare misure di prevenzione per la loro integrità fisica. Inizialmente si basava su solo 4 fattori:

  • Percezione di vulnerabilità alla malattia (le persone si chiedono se possa toccare proprio a loro)
  • Gravità degli esiti della malattia  (quanto le persone credono possano essere gravi gli effetti)
  • Benefici dell’azione preventiva (vale la pena fare qualcosa per prevenire la malattia?)
  • Barriere e costi (quanto è difficile o costoso intraprendere l’azione preventiva?)

Già solo analizzando questi 4 fattori si comprende la fragilità cognitiva della scelta di non vaccinarsi, poichè la probabilità di infettarsi è statisticamente elevata (chi ritiene il contrario deve dimostrarlo scientificamente); gli esiti sono estremamente gravi, e non si tratta solo del rischio di morte, ma vi sono percentuali elevatissime di soggetti che vedono cronicizzarsi problemi ai polmoni, al cuore, al sistema nervoso, di cui non è ancora dato sapere la durata, con effetti gravi anche su soggetti che in un primo momento sono stati asintomatici; i benefici di una vaccinazione sono enormi, si parla di una efficacia in termini di immunità prossima al 90% (nessun vaccino può garantire l’immunità al 100%), e non esistono praticamente barriere in termini di costi o difficoltà d’accesso alla vaccinazione appena questa sarà resa disponibile. Per non considerare che gli effetti collaterali (per chi legge la letteratura scientifica e non per chi usa il traduttore di google per capire una singola frase) sono come non mai trascurabili. Volutamente non mi soffermo su questi dettagli perché lo scopo (come anticipato) è una analisi sotto il profilo cognitivo.

In seguito il modello sulle credenze di salute è stato ampliato, aggiungendo gli stimoli che influenzano un soggetto all’azione vale a dire:

  • esperienza personale
  • messaggi dei massmedia
  • comunicazione con esperti della salute
  • pressione sociale dei pari

Qui la tendenza al disagio e al bias cognitivo e di conferma aumenta ulteriormente. L’esperienza personale del singolo è marginale, ed è marginale grazie al fatto che altri vaccini sono stati somministrati sino ad oggi, e quindi non vi è stata l’esperienza diretta alle gravi condizioni precedenti la scoperta e l’uso su vasta scala dei vaccini. I massmedia sono sempre più alla ricerca del clickbait o dell’audience quantitativa, e quindi usano titoli del tutto fuorvianti rispetto ai contenuti dell’eventuale articolo (il soggetto cognitivamente fragile legge, e di solito fa pure fatica a capire esclusivamente i titoli), al contempo in TV si frappongono scienziati da una parte, costretti a “confrontarsi” con ex hostess esagitate e in cerca di visibilità, mamme pancine, e ogni genere di personaggi da circo dei freak, che inevitabilmente hanno un gioco comunicativo facile rapportandosi con i loro pari dall’altra parte dello schermo. Gli esperti della salute passano quindi non solo in secondo piano, ma finiscono con l’essere come il termometro cui si da la colpa per la febbre. La pressione sociale dei pari, in ultimo (ma non per importanza) è mediata ormai dagli algoritmi dei social network, che presentano in continuazione nella propria home, prevalentemente messaggi di chi è sulla stessa lunghezza d’onda, finendo col credere di essere nel giusto e numericamente in maggioranza.

2 – La teoria della motivazione alla protezione

Secondo questo approccio, la scelta ad agire attivamente, è data dal risultato dell’influenza di 2 fattori:

  • la valutazione della minaccia, quindi la gravità e la probabilità che l’evento infausto ci riguardi in prima persona
  • la valutazione dell’intervento, ossia quanto si percepisce efficace l’intervento da intraprendere.

Si basa sull’idea che il soggetto agisca razionalmente per massimizzare il proprio stato di salute. Questo modello prevede che alle variabili cognitive del primo modello, si sommino quelle emotive prodotte dalla comunicazione persuasiva. L’elemento principale di fragilità è tuttavia correlato alle fonti di informazioni, che sono per i novax in primo luogo i social network con articoli prodotti ad hoc per ricevere like e condivisioni, e perfino con attori che cavalcano ogni evento travestendosi ora da medici, ora da vaccinati, ora da scafisti, e parlando sempre al medesimo pubblico che, malgrado tutto, non riesce neppure a riconoscere che è sempre il medesimo attore. Le fonti di informazioni possono infatti essere:

  • ambientali: persuasione verbale, apprendimento per imitazione, ecc.
  • intrapersonali: tratti di personalità ed esperienze precedenti

Su un soggetto cognitivamente fragile la mediazione degli aspetti legati a minaccia e intervento generano come risultato una azione maladattiva, come la scelta di non vaccinarsi.

3 – Modello del processo parallelo esteso

E’ una derivazione del modello precedente, e spiega quando la comunicazione che fa appello al timore di una grave conseguenza fallisce o genera una valida risposta. Anche qui vi sono più opzioni:

  • Se la minaccia è considerata irrilevante, non si procede con la prevista azione preventiva. Ma giudicare irrilevante una minaccia invisibile, che colpisce chiunque, e che al di là dello sterminato numero di morti, può produrre condizioni croniche anche su soggetti giovani e sani, è già una conferma della scarsa capacità cognitiva del soggetto.
  • Quando la percezione del rischio è alta, e quella dello strumento preventivo è bassa. Anche in questo caso la reazione è disadattiva, con lo scopo di controllare la paura. Ma in un contesto “normale” occorrerebbe controllare il rischio, e non fare ricorso al controllo della paura attraverso la negazione, l’evitamento o il rifiuto del messaggio. Tutte risposte psicologicamente codificate e tipicamente appartenenti ai novax.
  • Infine può esserci anche un approccio adattativo quando sia la percezione del rischio che dell’efficacia della strategia sono alte. Esattamente lo scenario in cui ci si trova, dove a fronte di un rischio elevato, si avrebbe una soluzione efficace se il tasso di vaccinazione lo fosse altrettanto.

4 – Altri modelli

Non mi dilungo oltre, perché temo che già in pochi abbiano letto sin qui, ma per chi avesse voglia di approfondire, i modelli applicativi sono numerosi, ad esempio quello dell Teoria dell’Azione Ragionata, secondo cui l’azione dipende da:

  • Percezione soggettiva delle possibili conseguenze
  • Livello di influenza delle opinioni degli altri

Se entrambe passano da un isolamento sociale mediato dai social network e dal loro algoritmo, l’esito finale, ossia la rappresentazione cognitiva, la disponibilità ad adottare un comportamento, sarà sempre al di fuori della sfera del buon senso.

E’ quindi possibile agire in qualche modo se ogni teoria conferma l’impossibilità oggettiva di gestire soggetti (forse) loro malgrado incapaci di elaborare messaggi appena più complessi della norma? Si, se ci fosse il tempo e la voglia sarebbe da “ribaltare” il sistema scolastico con particolare riferimento alle scuole dell’obbligo. Il disagio di cui sopra infatti non è correlato al titolo di studio posseduto. Non essendoci il tempo, ed essendo l’azione di chiunque interferente sul bene della collettività, l’unico strumento ipotizzabile è quello sanzionatorio, in qualunque modalità il legislatore voglia strutturarlo. Poiché nessuno deve avere la possibilità di creare danno agli altri a causa di un irrazionale comportamento frutto del proprio trascurato disagio.

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