Durante chemioterapia e radioterapia l’esercizio può limitare il declino del livello di fitness e forza, attenuare la fatigue e sostenere la riserva funzionale. Trial come START, PACES e OptiTrain hanno mostrato che programmi supervisionati aerobici, di forza o combinati sono fattibili durante la chemioterapia mammaria e migliorano diversi esiti funzionali e riferiti dalle pazienti (Courneya et al., 2007; van Waart et al., 2015; Mijwel et al., 2018).
La settimana terapeutica va letta come un microciclo clinico. Alcune persone tollerano attività il giorno dell’infusione; altre hanno un nadir sintomatologico prevedibile nei giorni successivi. Conviene collocare le sedute più impegnative nei giorni abitualmente migliori e conservare un’opzione breve nei giorni peggiori. La prescrizione deve poter cambiare ciclo per ciclo, perché tossicità cumulative e recupero non seguono una curva lineare.
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Situazione |
Obiettivo pratico |
Adattamento della seduta |
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Nausea o scarso appetito |
Mantenere movimento senza aggravare i sintomi |
Seduta breve, intensità bassa o moderata; evitare il periodo subito successivo a pasti abbondanti; privilegiare ambiente ventilato e pause. |
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Anemia sintomatica |
Evitare stress cardiocircolatorio eccessivo |
Concordare con l’équipe; ridurre intensità e durata; monitorare dispnea, vertigini, tachicardia e recupero. Nei quadri severi sospendere fino a rivalutazione. |
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Neutropenia o immunosoppressione |
Ridurre esposizione infettiva |
Valutare indicazioni del centro; preferire casa o spazi controllati, igiene delle attrezzature e assenza di contatti con persone sintomatiche. L’esercizio non corregge la neutropenia. |
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Trombocitopenia |
Limitare trauma e sanguinamento |
Evitare impatti, sport di contatto, rischio di caduta e sforzi massimali; soglie e permesso dipendono dal quadro clinico e dal protocollo del centro. |
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Diarrea o vomito |
Prevenire disidratazione e instabilità |
Rinviare il lavoro impegnativo; riprendere dopo recupero di idratazione ed equilibrio elettrolitico secondo indicazione clinica. |
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Febbre o infezione |
Proteggere da complicanze |
Sospendere la seduta e contattare l’équipe secondo il piano di sicurezza. |
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Dolore e mucosite |
Conservare funzione tollerabile |
Scegliere modalità che non aumentino dolore o attrito; usare blocchi brevi e intensità autoregolata. |
Terapie endocrine e deprivazione androgenica
Le terapie endocrine possono protrarsi per anni. Nelle donne trattate per tumore mammario sono frequenti artralgie, perdita di densità ossea e cambiamenti della composizione corporea; negli uomini in deprivazione androgenica aumentano il rischio di perdita muscolare, riduzione di forza, adiposità e compromissione metabolica. Qui il lavoro contro resistenza non è un accessorio: è il nucleo della strategia, associato ad attività aerobica e, quando necessario, esercizi di equilibrio e impatto compatibili con la salute ossea.
Si possono programmare due o tre sedute settimanali che coinvolgano i principali gruppi muscolari, iniziando con 1-2 serie e progredendo verso 2-3 serie. L’intensità deve diventare sufficiente a generare adattamento, mantenendo tecnica e controllo. In caso di osteoporosi o metastasi ossee la scelta di impatti, flessioni e torsioni o carichi compressivi, richiede valutazione specifica.
Trapianto e neoplasie ematologiche
Nel trapianto di cellule staminali e nelle neoplasie ematologiche, isolamento, anemia, infezioni, perdita muscolare e lunghi periodi di ricovero rendono la prescrizione più complessa. Anche piccoli interventi di mobilità, cyclette o forza con elastici possono limitare la perdita funzionale, ma il programma deve essere integrato con parametri ematologici, rischio infettivo e indicazioni del reparto. L’obiettivo iniziale può essere conservare trasferimenti, deambulazione e capacità di cura personale, non raggiungere le linee guida generali.
Preabilitazione prima della chirurgia oncologica
La preabilitazione utilizza il tempo tra diagnosi e trattamento per aumentare la riserva e ridurre l’impatto atteso dell’intervento. Non è una riabilitazione anticipata in senso puramente cronologico. Parte da una valutazione basale, identifica le vulnerabilità modificabili e costruisce un intervento mirato. Il modello più completo è multimodale: esercizio aerobico e di forza, supporto nutrizionale, cessazione del fumo, ottimizzazione di anemia e comorbilità, gestione psicologica e sostegno all’aderenza (Pilotto, 2021).
La finestra disponibile è spesso breve, talvolta due o quattro settimane. Questo non la rende inutile: pazienti decondizionati possono migliorare rapidamente la capacità di lavoro, soprattutto con programmi frequenti e sorvegliati. Ma non esistono prove per ritardare un intervento oncologicamente indicato allo scopo di completare la preabilitazione. La durata del programma deve piegarsi alla priorità terapeutica, non viceversa.
Chirurgia polmonare
Il polmone è il contesto in cui la raccomandazione preoperatoria è più consolidata. Programmi con cammino o cicloergometro, intervalli ad alta intensità selezionati, esercizi di forza e allenamento dei muscoli inspiratori possono migliorare capacità funzionale e ridurre complicanze e durata della degenza in alcuni studi e revisioni (Cavalheri & Granger, 2017; Steffens et al., 2018; Ligibel et al., 2022). La scelta dell’intensità dipende da test cardiopolmonare, saturazione, sintomi, cardiopatie e tipo di resezione prevista.
Un esempio operativo per un paziente stabile può prevedere 3-5 sedute aerobiche settimanali, alcune continue e altre intervallate, per 20-40 minuti complessivi; 2-3 sedute di forza con 5-8 esercizi; pratica quotidiana di respirazione e, quando indicato, training inspiratorio. Nei soggetti ad alto rischio la supervisione e il monitoraggio della saturazione diventano centrali. Dispnea sproporzionata, dolore toracico, presincope o desaturazione oltre i limiti concordati impongono interruzione e rivalutazione.
Chirurgia colorettale e addominale
Nella chirurgia colorettale la preabilitazione multimodale ha migliorato in diversi trial la capacità funzionale perioperatoria, ma i risultati su complicanze e degenza sono eterogenei. La differenza dipende da selezione dei pazienti, durata, aderenza, tipo di intervento e contenuto nutrizionale. Il messaggio utile non è che ogni programma riduca certamente le complicanze, ma che la fase preoperatoria può prevenire parte del declino e accelerare il ritorno al livello funzionale precedente (Minnella et al., 2018; Carli et al., 2020).
Un programma pratico combina cammino rapido o cyclette 3-5 volte a settimana, forza 2-3 volte e attività quotidiana. Nei pazienti fragili è preferibile alta frequenza con volumi piccoli. La nutrizione va coordinata per sostenere l’anabolismo e correggere malnutrizione; prescrivere stimoli di forza in presenza di deficit energetico marcato senza affrontare l’apporto può aumentare il carico senza costruire tessuto.
Il beneficio si perde se il percorso si interrompe alla porta della sala operatoria. Mobilizzazione precoce, esercizi respiratori, recupero del cammino e progressiva ripresa della forza devono continuare dopo l’intervento secondo vincoli chirurgici. Il programma multiphasic collega preoperatorio, ricovero e periodo domiciliare. Le misure preoperatorie diventano così un riferimento: non si cerca un generico “stare meglio”, ma il ritorno verso una capacità documentata.
Attività fisica e prognosi
Fitness respiratoria, forza e quantità di attività sono marcatori prognostici in molte coorti. Una persona più attiva presenta spesso anche meno comorbilità, migliore nutrizione e maggiore accesso alle cure; il confondimento tuttavia rende prudente l’interpretazione. Le associazioni osservazionali non autorizzano a quantificare per il singolo paziente una riduzione della mortalità, né a presentare l’esercizio come garanzia contro la recidiva.
Il trial CHALLENGE cambia però il livello della discussione per un gruppo definito. Ottocentottantanove persone con carcinoma del colon resecato e chemioterapia adiuvante completata sono state assegnate a educazione sanitaria o a un programma strutturato, con supporto comportamentale e obiettivi di attività per tre anni. A un follow up mediano vicino a otto anni, il gruppo “esercizio” ha mostrato un vantaggio nella sopravvivenza libera da malattia e nella sopravvivenza globale (Courneya et al., 2025). È una dimostrazione causale nel contesto studiato, pur non potendo trasferire la stessa grandezza ed effetto al carcinoma mammario metastatico, al pancreas in chemioterapia o alla fase preoperatoria.
In termini pratici il risultato rafforza tre idee: la dose comportamentale richiede anni, non poche settimane; il supporto professionale favorisce l’aderenza; gli esiti oncologici possono essere sensibili a un intervento sullo stile di vita in specifiche popolazioni. L’attività fisica entra così nel discorso prognostico con maggiore solidità, ma conserva confini precisi.
Tossicità dei farmaci e possibile potenziamento dell’azione
Antracicline, trastuzumab e altri trattamenti possono compromettere funzione cardiaca e capacità aerobica attraverso meccanismi diversi. L’esercizio migliora fattori di rischio cardiovascolare e fitness; alcuni piccoli trial suggeriscono protezione di parametri cardiaci o attenuazione del declino di capacità durante la chemioterapia. La cardioprotezione specifica resta un’area in evoluzione e la prescrizione deve essere condivisa con col personale sanitario nei pazienti ad alto rischio.
Un errore frequente è considerare normale ogni tachicardia o dispnea perché la persona è “in terapia”. Sintomi nuovi, dolore toracico, palpitazioni persistenti, sincope, edema o peggioramento rapido richiedono valutazione. Nei pazienti stabili si preferiscono inizialmente intensità moderate, progressione lenta e monitoraggio della risposta, con eventuale test cardiopolmonare.
Neuropatia periferica
La neuropatia da taxani, platino e altri farmaci può provocare dolore, parestesie, perdita di sensibilità e instabilità. L’esercizio non neutralizza il danno farmacologico, ma programmi che combinano forza, equilibrio, coordinazione e attività aerobica possono ridurre sintomi e limitazioni. Analisi recenti di trial randomizzati sostengono un effetto promettente, ma l’eterogeneità non consente una singola dose standard (Kleckner et al., 2018; Cao et al., 2023).
La sicurezza viene prima dell’intensità. Sono utili calzature stabili, illuminazione, appoggi, superfici regolari e supervisione nei soggetti a rischio di caduta. Quando la sensibilità plantare è ridotta, cyclette reclinata e macchine possono essere più sicure del tapis roulant. Mani dolenti o insensibili richiedono impugnature adattate e controllo dell’attrezzatura.
Mielosoppressione salute ossea e linfedema
Per anemia, neutropenia e trombocitopenia non esiste una soglia universale indipendente dal quadro clinico. I centri adottano procedure differenti e il significato del valore dipende da sintomi, trend, trattamento e rischio. Il professionista dell’esercizio non interpreta autonomamente l’emocromo come autorizzazione terapeutica: usa il piano concordato con l’équipe e sospende davanti ai segnali previsti.
Nelle metastasi ossee il vecchio divieto generalizzato di esercizio non è giustificato. Una consensus internazionale raccomanda valutazione della stabilità, sede della lesione, dolore e movimenti che caricano direttamente il segmento; gli esercizi vengono modificati per evitare forze elevate sulla zona interessata, mantenendo quanto più possibile il resto del corpo attivo (Campbell et al., 2022). La presenza di metastasi vertebrali o femorali ad alto rischio richiede coordinamento specialistico e talvolta stabilizzazione o radioterapia prima di carichi significativi.
Nel linfedema, il lavoro contro resistenza progressivo e ben monitorato non è proibito. Il trial PAL ha mostrato che il sollevamento pesi con lieve progressione non aumenta il rischio e può ridurre le riacutizzazioni in donne con linfedema mammario stabile (Schmitz et al., 2009). Occorrono progressione graduale, cura della cute, gestione dell’eventuale indumento compressivo e valutazione se compaiono aumento persistente di volume, pesantezza o dolore.
Può l’esercizio aumentare l’efficacia antitumorale
Modelli preclinici mostrano meccanismi plausibili: maggiore perfusione tumorale, modificazione dell’ipossia, mobilizzazione di cellule immunitarie, segnalazione delle miochine e cambiamenti metabolici. Questi dati hanno alimentato l’ipotesi che l’esercizio possa migliorare la distribuzione dei farmaci, la risposta immunitaria o la radiosensibilità. Plausibilità biologica non equivale però a efficacia clinica.
Negli esseri umani esistono studi finestra e piccoli trial neoadiuvanti che misurano biomarcatori, perfusione o risposta patologica. I risultati sono interessanti ma ancora insufficienti per prescrivere una specifica seduta come “potenziatore” di un farmaco. È più corretto affermare che l’esercizio può creare un ospite più funzionale e forse un ambiente biologico favorevole; l’eventuale sinergia antitumorale deve essere dimostrata per tumore, farmaco, dose e timing.
Questa prudenza protegge anche il paziente. Presentare l’esercizio come mezzo per far funzionare la chemioterapia può trasformare una mancata risposta in colpa personale. L’efficacia del trattamento dipende anzitutto dalla biologia della malattia e dalla terapia oncologica. L’attività fisica è una componente di supporto con possibili effetti oncologici diretti in studio, non un test di volontà.
Malattia avanzata e cure palliative
Nella malattia avanzata gli obiettivi cambiano, ma non scompaiono. Conservare la capacità di alzarsi, raggiungere il bagno, uscire di casa o tollerare una terapia può essere più importante di aumentare il VO2max. Revisioni sistematiche indicano che l’esercizio è generalmente fattibile e può migliorare funzione e qualità della vita in campioni selezionati, ma la frequenza di progressione, dolore, cachessia e metastasi richiede adattamenti continui (Heywood et al., 2018).
La dose minima utile può essere distribuita durante il giorno: brevi camminate, esercizi da seduti, trasferimenti ripetuti, forza con elastici e mobilità. La progressione non è obbligatoriamente lineare. In una fase di peggioramento, mantenere la capacità attuale è già un esito. Se il “costo” del viaggio per raggiungere la palestra o il centro supera il beneficio della seduta, il domicilio o la supervisione online possono essere più appropriati.
La cachessia richiede integrazione di nutrizione, controllo dei sintomi e trattamento della malattia. L’esercizio di forza mira a ridurre la componente da disuso e a preservare la funzionalità, ma non può invertire da solo un catabolismo avanzato. Il modello MENAC combina esercizio, supporto nutrizionale e controllo dell’infiammazione; i risultati sottolineano la necessità di intervenire precocemente e in modo multimodale, prima che la perdita sia difficilmente reversibile (Solheim et al., 2017).